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La cantina            

La nostra storia

 

Le radici degli Antichi Poderi di Jerzu affondano le proprie origini in una storia millenaria. I primi documenti sull’arte di produrre il vino nel paese risalgono, infatti, al XII secolo e in tali scritti si riporta come i cittadini del piccolo centro ogliastrino fossero autorizzati a pagare le decime ecclesiastiche in vino. 

Il vino è sempre stato prodotto presso questi poderi per i consumi interni delle popolazioni d’Ogliastra, infatti il vino e le vigne erano già conosciute in epoca antichissima: i cartaginesi si opposero alla coltivazione della vite, forse per evitare che i contadini trascurassero quella dei cereali, mentre i romani incoraggiarono la produzione del vino, sia perché erano di gusti più raffinati, sia per evitare di importarlo da Roma e di essere accusati da quella linguaccia di Caio Gracco di portare in Sardegna le anfore piene di vino e di riportarle indietro zeppe di monete auree. Egli infatti, come questore in Sardegna, aveva potuto toccare con mano, proprio nei tre anni trascorsi nell’isola, i soprusi subiti dai Sardi: forse con una qualche esagerazione, al suo rientro a Roma, Gracco aveva raccontato degli abusi dei suoi predecessori, che, abituati a portare con sé il vino necessario per tutto il periodo della magistratura in Sardegna, riportavano nella capitale le anfore piene di oro e argento sottratto illegalmente ai provinciali.

  Comunque la viticoltura cominciò ad affermarsi in modo più deciso solo alla fine del Cinquecento, fino a diventare, nella prima metà del Seicento, il settore più importante dell’economia ogliastrina. Dopo il 1680 la viticoltura venne definitivamente incoraggiata dalla politica illuminata di Carlo II e dagli stessi feudatari interessati all’esazione del diritto sul vino e al fatto che l’impianto del vigneto, assicurando al contadino la piena proprietà della terra, assestava un colpo definitivo alla pastorizia errante. Eppure lo sviluppo della produzione vitivinicola fu frenato nei primi anni da una crisi che ha dell’incredibile: dopo secoli di semibarbarie non si trovava manodopera specializzata nella fabbricazione di botti: fatto che bloccò non solo la produzione del vino destinato al consumo interno ma anche la sua esportazione.

L’approvvigionamento di vino era problematico anche per l’unica grande città sarda del tempo, Cagliari. Per far fronte alle sue esigenze si dovettero attivare i vincoli annonari, cui fu sottoposta anche l’Ogliastra nei cui porti il vino veniva caricato durante il periodo maggio-luglio di ogni anno; ed era tale la paura di veder interrotto questo mercato, che in alcune occasioni il Consiglio Civico di Cagliari si rivolse all’autorità reale per scongiurare il pericolo del blocco dei porti ogliastrini.

Nel territorio jerzese, sia che si accetti la tesi secondo cui il paese sorgeva fino alla fine del primo Millennio nella pianura di Pelau, che dovette abbandonare a causa della malaria e delle scorrerie dei Saraceni; sia che si ammetta che Jerzu sia sempre esistito nel sito attuale, la coltivazione della vigna era antica ma certamente non prevalente rispetto a quella dei cereali. A meno che non si voglia ipotizzare che Jerzu, capo della Curatoria dell’Ogliastra, allora inserita nel Giudicato di Cagliari, fin dal XII secolo godesse di una certa autonomia e quindi di un’economia più florida, meno chiusa nella monocultura cerealicola, rispetto ai paesi vicini.

Questa tesi sembrerebbe confermata dal fatto che le vigne jerzesi con “su stergiu e su inu” e “sa cuba” vengono ricordate nelle carte volgari del 1160 e nei testamenti del 1558, quali uniche ricchezze dei contadini del tempo. Ma è solo in epoca spagnola che la viticoltura potè svilupparsi: lo stesso cannonau secondo una teoria predominante che ultimamente però è stata messa seriamente in discussione, pare derivi da un vitigno importato in Sardegna dagli spagnoli nel 1400.

 L’arrivo degli Spagnoli in Sardegna permise un deciso sviluppo di questa attività, da quel momento in poi tutta la comunità visse e rafforzò la sua posizione di preminenza nel territorio circostante con il commercio del vino.

Quanto veniva prodotto in parte serviva per l’uso familiare, ma una parte importante veniva comunque venduta, talvolta se ne faceva omaggio. Soprattutto chi possedeva una grande cantina produceva per il commercio. Il vino jerzese veniva venduto anche nella penisola, infatti già ai primi del Novecento i carri con le botti si dirigevano al piccolo porto di Tortolì per caricare il prodotto nelle navi per Genova (nella penisola il vino di Jerzu veniva usato soprattutto per tagliare i vini).

Ma soprattutto il vino si vendeva nell’isola, nei paesi vicini, e specialmente in Barbagia perché vi era presente una numerosa comunità ogliastrina. Già dalla fine del 1800 il vino veniva trasportato verso l’interno dell’isola con i carri trainati dai buoi, guidati dai carrolanti (is carradoris) che con fatica e maestria si avventuravano sulle strade del Gennargentu per raggiungere il nuorese con il loro prezioso carico.

Il viaggio poteva durare più di una settimana e spesso si concludeva positivamente con la vendita del prodotto, ma a volte il vino restava invenduto e doveva essere riportato indietro, inoltre non pochi erano gli incidenti che avvenivano durante il tragitto attraverso strade impervie e pericolose.

Ma fu soprattutto intorno agli anni ‘30-40 che molte famiglie jerzesi lasciarono il paese e si trasferirono nelle Barbagie, e soprattutto a Nuoro, per aprirvi esercizi commerciali o bar (tzilleris), nei quali vendere il vino prodotto in paese: i collegamenti con queste zone interne dell’isola si intensificarono sempre più.

Iniziò così un flusso migratorio che spinse numerose famiglie a spostarsi verso i più importanti centri della regione per aprire le proprie botteghe del vino, è la cosiddetta “epopea dei carri a buoi”, proprio dal mezzo con cui veniva trasferito il vino dal paese di Jerzu ai nuovi mercati.

E’ comunque certo che, in linea con quanto sostenuto da molti studiosi, fin dai primi anni del Seicento, le campagne di Jerzu brulicavano di vigneti: dalla prima vigna di Minadorgiu che compare in un’ipoteca del 1603 a quelle degli anni successivi, numerosissime se rapportate al numero degli abitanti del tempo.

Quando agli inizi del Novecento la filossera distrusse le vigne che circondavano Jerzu da Pardu a Perdarba, pochi capirono che con esse veniva distrutto l’antico equilibrio di un’intera comunità: con la perdita della sua continuità con la terra coltivata, il paese si trovò circondato da confini rigidi fino ad allora sconosciuti e cominciò a perdere le sue radici contadine. Le avrebbe ritrovate in zone più lontane, a Pelau, ma in modo diverso, lontano dalla perfetta armonia dei tempi antichi quando i pampini vivevano intorno alle case e in ogni piazzetta la vite, come una dea pagana, levava il tronco tortuoso verso il tetto verde del pergolato, “su  stassili”: sotto la sua ombra si ritrovava la serenità di una remota dimestichezza, nei grappoli pendenti rivivevano le antiche certezze.  

Alla terribile distruzione dei vitigni si unì il convincimento che l’antico rito della vinificazione era totalmente cambiato: si lavorava un’uva nuova, nata dall’incrocio con la vite americana, che dava un vino diverso da cui, in breve tempo, scomparve anche il ricordo di quello antico. Era terribile pensare che nessuno avrebbe più sentito il profumo che da secoli si respirava nelle cantine jerzesi; che nessuno avrebbe più bevuto il vino assaporandone il gusto rimasto invariato da tempo immemorabile.

Cambiava la vite, il vino, la stessa esistenza degli jerzesi; e fu un trauma di impatto devastante sulla psicologia di una comunità contadina formatasi in secoli di armonico equilibrio fra l’uomo e la campagna, fra il contadino e le sue vigne. Il paese attraversò una delle sue crisi più profonde e devastanti, molti emigrarono, qualcuno per disperazione si tolse la vita tra i filari resi improduttivi dal terribile insetto. Lentamente però la comunità cominciò a reagire e a poco a poco riuscì a creare dei vivai dove si impiantarono le barbatelle americane, che servivano sia per i nuovi impianti locali che per essere vendute in altri paesi della Sardegna.

Fu in questo clima di disperazione ma anche di volontà di riscatto, che si distinsero diversi viticoltori che affrontarono con determinazione la nuova realtà, contribuendo al rilancio economico del paese.
Ci furono infatti vari tentativi di associazionismo e cooperazione per poter far fronte all’altalenarsi delle condizioni metereologiche e reagire alle vessazioni dei compratori, ma non andarono a buon fine.

 

Solo nel 1950, per interessamento del medico condotto di quei tempi, Josto Miglior, personaggio che divenne una leggenda in Sardegna, e con l’aiuto di altri illuminati Jerzesi, venne fondata la Cantina Sociale di Jerzu. Quarantacinque soci con i migliori e più antichi poderi di Jerzu lavoravano le uve Cannonau ricavandone l’omonimo vino dal caratteristico sapore e profumo, ricco di corpo e di colore. Si trattò di un’impresa ardua e difficile perché in paese regnava una grande diffidenza nei confronti di un’iniziativa che sembrava troppo azzardata per la grossa posta in gioco di capitali e per la storica difficoltà ad organizzare attività cooperativistiche. 

 

E’ da tenere in considerazione il fatto che molti produttori privati mal vedevano la formazione di un’entità che avrebbe potuto ledere gli interessi dei singoli. Nonostante le difficoltà e le opposizioni la cooperativa comunque andò avanti con determinazione affrontando alternativamente periodi di crisi e di tranquillità. Il numero dei soci inizialmente non era altissimo ma poi pian piano è andato sempre aumentando anche perché si vedevano dei risultati positivi nella produzione e commercializzazione.

Per capire quale era lo spirito che animava i primi soci si può ricordare un aneddoto che si era verificato tra la fine degli anni `50 e i primi del `60, nei primi anni di produzione della Cantina. Era stata un’annata di grandi piogge e l’uva era stata danneggiata dalla muffa; la vendemmia di quell’anno era stata disastrosa: quando si mettevano i grappoli dentro i cesti si sollevava una nuvola di fumo e di prodotto da lavorare ne restava ben poco La maggior parte dei soci (in quegli anni non molto numerosi), normalmente portava una parte del raccolto in Cantina e una parte la vinificava in privato per gli usi familiari.

Visto che l’uva sembrava inutilizzabile si temeva una crisi di grandi proporzioni e così proprio i timori e le  difficoltà determinarono in molti jerzesi la decisione di associarsi e farsi sostenere dalla Cantina. Queste uve, seguendo le indicazioni fornite dall’enologo, vennero infatti vinificate e la produzione fu salvata.

Furono molti i privati che seguirono le indicazioni fornite dal tecnico e, acquisita maggiore fiducia per la nuova istituzione, in molti si convinsero ad aderire alla cooperativa. Oggi la maggior parte dei viticultori jerzesi è socio della cantina.

 

Simbolo dell’operosità degli jerzesi, la Cantina Antichi Poderi di Jerzu, rappresenta oggi il punto d’arrivo di un lungo processo economico del paese e la geniale intuizione di alcuni pionieri dell’imprenditoria agricola locale.

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